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Cristina Comencini: Due partite - Rassegna stampa

Contenuti

Due partite - Rassegna stampa

IL GIORNALE ED. MI, 13 marzo 2007: Dopo la disamina dello status familiare ne La bestia nel cuore, la coraggiosa Cristina Comencini affronta con uno humour pacato e dolente l'analisi della condizione femminile. In uno spaccato esistenziale, in bilico tra ieri e oggi, la prima pièce dell'autrice cinematografica di successo divarica in due tempi significativamente intitolati Due partite l'alienazione della donna nell'Italia degli anni Sessanta e nell'Italietta in frenetica corsa d'aggiornamento che impera oggi nell'era del consumismo. Ma per dirla con Dacia Maraini che già indicò nell'Età del malessere lo sconcerto delle conquiste femminili alle soglie di un femminismo più apparente che sostanziale, le quattro signore borghesi che ogni giovedì giocavano a canasta come le loro quattro figliole che ritroviamo oggi alle soglie della maturità appagate nella professione ma confinate nel deserto della solitudine lanciano allora ed ora un tristissimo grido d'allarme disatteso dalla società postmoderna. E mentre Loleh Bellon, nella sua pièce anch'essa intitolata Le signore del giovedì, si limitava a sottolineare in un patetico ritratto di gruppo l'inamovibile ruolo delle protagoniste, costrette a scambiarsi le inutili confidenze di chi ha rinunciato a qualsiasi ipotesi d'evasione, Cristina fa qualcosa di più e di meglio. Ponendo l'accento sul problema irrisolto della conciliazione tra successo professionale e armonia familiare nel mondo della donna che, alle soglie della sterilità biologica, coltiva invano la speranza di diventare madre, la Comencini fotografa un disagio esistenziale che ci auguriamo non venga ignorato dal nostro teatro. Così prodigo nell'evocare le grandi figure femminili della storia ma così avaro nel proporre quelle alternative che educhino a ricostituire un autentico concetto di coppia. Sul quale l'intimismo cechoviano della regia insiste con tenerezza confortato dalla bella prova delle protagoniste tra le quali, accanto alla grazia della Massironi e all'eleganza della Buy, spicca l’appassionata Valeria Milillo e, in una superba caratterizzazione più bitter che sweet una dotatissima Isabella Ferrari. Enrico GroppaliCORRIERE DELLA SERA ED. MI, 16 marzo 2007: In Due partite scritto e diretto da Cristina Comencini, interpretato da quattro brave attrici come Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo, due generazioni di donne si confrontano. La prima è quella di signore borghesi negli Anni Sessanta che si ritrovano per giocare a carte tutte le settimane, sono donne scontente del matrimonio, disilluse dalla vita. Una è frustrata dall' avere dovuto rinunciare a una carriera artistica per la figlia e il marito concertista, l' altra ha il marito che la tradisce ma tre figli che adora, l' altra ancora è tradita e traditrice, l' ultima è un' idealista che vive nei romanzi, al nono mese di gravidanza, terrorizzata dai racconti di disfacimento delle tre amiche. Quattro donne, quattro mondi di solitudine, la solitudine di chi ha avuto come unica prospettiva in quanto donna il matrimonio e i figli, solitudine cui fa da controcanto l' insoddisfazione in un ambiente dove i problemi non sono certo quelli del vivere quotidiano, dei soldi per mettere insieme il pranzo con la cena, ma quelli di una realizzazione di sé che si intuisce potrebbe passare dall' indipendenza economica e dal lavoro. Nella seconda parte queste mete sono state acquisite, e a raggiungerle sono state le figlie di quelle signore, libere professioniste, stordite di lavoro, donne di successo e in carriera, ma la solitudine e l' insoddisfazione sono le stesse così come il vuoto esistenziale. Il tema della maternità pesa allora come oggi, in modo diverso, ma sempre notevole perché è difficile essere donne e madri in una società competitiva e cinica che per costruire una donna libera la sta disfacendo imponendole modelli maschili. Due generazioni di donne nel confronto della vita in una commedia ben scritta, dai dialoghi veloci e sapidi, ben recitata che offre uno spaccato di ordinaria difficoltà di vivere al femminile. Magda Poli

 

 

LA REPUBBLICA, 10 aprile 2006: Il primo testo teatrale – con relativa prima regia dal vivo – di Cristina Comencini, Due Partite, prende avvio con un loquace raduno tutto al femminile per giocare a carte, come il testo-affresco Donne scritto nel 1936 da Clare Boothe Luce (e colpisce l’altra analogia di una prole che scongiura i separati in casa affinché parlino), ma se lì i personaggi erano una quarantina qui ci sono soltanto quattro signore borghesi anni ’60 che nel secondo tempo, artefici le stesse attrici virate in nero-funerale, si riproporranno come rispettive figlie di oggi. L’assai meditata drammaturgia della Comencini discende dai lombi di Brusati, ha caustici profili alla Almodòvar e fonde (non smentendo l’autrice) canoni letterari, cinematografici e scenici, plasmando una partecipe, acuta saga di frammenti di un discorso muliebre ora a tinte sessuali (con scarti e sudditanze del boom), ora a schemi anaffettivi (in assenza odierna di partner validi, habitat procreativi, e umanità per dirla col citato Rilke). Il cast che ha aderito al marchio associativo Artisti Riuniti rivela un bel ruolo promiscuo. Margherita Buy ha padronanza di voce e spirito come madre mondana perdente e figli pianista dispotica. Valeria Milillo traccia bene un profilo insaziabile di moglie-amante e poi di figlia-mutante. Isabella Ferrari rende schietta una donna incinta di tonalità piacentine diventando poi un’orfana asettica e angosciata. Marina Massironi passa da genitrice stoicamente tradita a “sfigata” allarma-uomini che ricorre a un figlio in provetta. Dalle corna alla sterilità, una commedia. Rodolfo Di Gianmarco

 

CORRIERE DELLA SERA, 9 aprile 2006: Tanto per parafrasare un titolo di quell’epoca, l’epoca di Cristina Comencini, gli anni Ottanta, di che parlano le donne quando parlano d’amore? Parlano, secondo il disinvolto linguaggio della politica d’oggi, di scopate. In Due Partite della Comencini, la parola che designa il tema dominante, la solitudine, è appunto scopare. Scopavano o non scopavano?  Scopavano in casa o fuori casa? Per scopare dobbiamo andare da lui, dove non c’è nulla che gli ricordi la mia intimità, spazzolino da denti o camicia da notte. Oppure: A me di scopare non me ne frega niente. A parlare così sono le figlie, nella seconda partita, quella della vita. Nella prima, quando le mamme si vedevano una volta alla settimana per giocare a canasta, partita più modesta, più modesto era il linguaggio. Lo sfondo della conversazione era lo stesso, ma le confidenze erano più sfumate, si diceva e non si diceva, a una di loro quattro quella parola scappa: «Scopavano con la stessa donna!». Gira e rigira, siamo sempre lì, le donne parlano d’amore, non parlano d’altro e, quando ne parlano, setacciano, analizzano, valutano i modi della sessualità, sono tutte antropologhe in pectore: usi e costumi della tribù; e, come è naturale, quando una delle mamme ha ormai l’alzheimer e un’altra si è suicidata, la verità viene a galla, nella seconda partita, con i confronti, durante un funerale: un Grande freddo per sole femmine o, in fondo, per femmine sole. Prima le donne (le mamme) non lavoravano, stavano a casa e parlavano d’amore, cioè di scopate senza mai pronunciare questa scandalosa parola, anche l’amante bisogna far sentire a casa sua, per i maschi il Natale è più importante del sesso, i figli vogliono che i genitori a tavola fingano, dicano qualcosa, insomma cose così. Poi le donne (le figlie) che tutte lavorano, c’è chi suona, chi fa l’avvocato, chi fa il medico (perchè le piace toccare i corpi) ma, soprattutto, c’è chi vuole i figli e ci prova in tutti i fantascientifici modi, per un’altra ciò che conta è la libertà dell’atto priva di conseguenze, la sua (dannunziana, l’aggettivo è mio) bellezza. Ad ogni buon conto, le risultanze dicono che gli uomini si dividono in specie che rifiutano l’intimità (specie che torna, nonostante le generazioni mutino); in specie che ardentemente la bramano (lei deve far sentire che sbatte i piatti in cucina); in specie fuggiasche (la più felice era però quella mamma tradita, che ha i suoi tre figli a cui voler bene); in specie, sul mercato, irreperibili (non mi vuole nessuno o, se mi vogliono, scappano appena parlo di prospettive). E, insomma, passata in rassegna la gamma delle sessualità maschili, non rimane che tirare le somme: tra prima partita e seconda, la simmetria è evidente, si constata a occhio nudo, nella regia dell’autrice, che dispone i quattro corpi nelle medesime posture; ed è evidente che questo minimalismo è Raymond Carver, ma Carver non è, è di tipo generazionale, ma anche di genere, cioè di genere femminile: donne che parlano a donne, i maschi sono ammessi per democratiche ragioni. È, sì, un po’ reazionario, a suicidarsi è quella che aveva incontrato il futuro marito con qualche libro in mano, nientemeno che Sylvia Plath e Rilke, i libri sono cattivi, la vita è buona, ma così è il progresso, così è la vita. In quanto alle sue protagoniste, di questa vita, Isabella Ferrari è la più convincente nel primo tempo, quando è incinta. La più spigliata, benché ai limiti della macchietta, è Margherita Buy nel secondo. Ma come non lodare l’ardore e il brio di Marina Massironi e di Valeria Milillo, tutte applauditissime da femmine e da maschi? Franco Cordelli

 

 

IL MESSAGGERO, 28 marzo 2006: Donne. Tema archetipico, problema di sempre. Donne da collocare nella Storia alla luce delle sorti progressive (magnifiche o meno) che le hanno riguardate e le riguardano. Due partite, il testo teatrale scritto da Cristina Comencini e da lei stessa messo in scena per Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo, tratta di loro (il debutto al Valle di Roma il 7 aprile). Come erano e come sono, con l’accortezza di mantenere in piedi l’alveo di ambiguità poetica nel quale riescono comunque a sublimarsi. Scrittrice, sceneggiatrice e regista, la Comencini sa lavorare ad un prodotto artistico associando creatività e artigianato, ricerca degli elementi giusti e oculatezza comunicativa, impianto teorico e semplicità, quella che va dritta al cuore. Non a caso, sollecitata da Artisti Riuniti (associazione di registi e produttori che promuovono la contaminazione dei generi), affronta l’esordio in teatro «raccontando vite al femminile in due periodi diversi, con la voglia di scavare in ciò che abbiamo perso e guadagnato, donne madri e donne figlie con mille sfaccettature diverse. Ma si tratta anche di un testo fortemente politico, che farà arrabbiare parecchi. Le donne sono madri anche quando non hanno bambini, è una condizione mentale. Avere un figlio è l’ultimo atto di generosità vera che ci è rimasto a livello di specie». In più, l’anatomia del sorriso, frutto di un’altra mossa oculata. Il copione, scritto di getto ma perfezionato nel corso di varie stesure, Cristina lo ha verificato durante un laboratorio con attrici appena uscite dall’Accademia d’Arte Drammatica, accorgendosi “in scena” che lo humour, gli spunti comici e le possibilità di usarli erano frequentissimi. «Non mi è stato difficile – ha detto – assecondarli in seguito con le protagoniste nel corso delle prove». Due tempi in cui il mondo femminile vien fuori dall’analisi dei rapporti dei quattro personaggi con la famiglia, gli uomini, il lavoro, la maternità. Il primo è ambientato a Roma a metà dei Sessanta. In un appartamento borghese, quattro donne giocano a carte, chiacchierano, gettano ogni tanto lo sguardo, o un richiamo, alle figlie che giocano e si divertono nella stanza vicina. Dai discorsi, i più normali e quotidiani, si staccano e si delineano ritratti di esistenza completi di gioie e dolori, frustrazioni e soddisfazioni. Sono i sentimenti di donne impegnate in casa, dedite al marito e all’educazione dei bambini, non ancora investite dagli interrogativi e dalle perplessità poi sfociati in altre concezioni del ruolo femminile. La seconda parte si svolge ai nostri giorni. Le stesse attrici passano a interpretare le figlie delle donne viste e ascoltate nel primo atto. Sono riunite per il funerale di una delle madri, più febbrili e stressate di loro, cariche del doppio compito di lavorare dentro e fuori casa, tutte “obbligate” a una femminilità meno accessoriata, meno distesa, meno evidente. Un confronto fra generazioni? L’eterno duello tra dimensione privata e dimensione pubblica? E la felicità, quali spazi e quali modi ha scelto o sceglierà? «Noi ci limitiamo a un bilancio sorridente di bene e di male dove il “rimpianto” è consapevole ma non ancora ben definito, le conquiste sono chiare ma non ancora ben pesate; dove si identificano, intanto, certe palesi differenze. Alle risposte univoche, l’universo femminile non si abituerà mai». Per Buy e Ferrari, la regista ha scritto ad personam, Marina Massironi e Valeria Milillo sono arrivate in un secondo tempo. La Comencini giura che, trasformando la pièce in un film, sceglierebbe sempre loro: «Assecondano e sviluppano, da personaggi, il carattere che hanno come persone». Rita Sala

 

 

ITALIA SERA, 11 aprile 2006: Due partite di Cristina Comencini con Margherita Buy, Marina Massironi, Isabella Ferrari, Valeria Milillo, in scena al teatro Valle fino al 23 aprile, è un bilancio, uno sguardo retrospettivo, una riflessione sui limiti e le conquiste in fatto di emancipazione femminile. Quanto sono cambiate le vite delle figlie rispetto a quelle delle loro madri negli anni Sessanta e quale il quoziente di felicità, rimane da valutare. Sul filo dell’ironia, al ritmo di commenti schietti e con un’amarezza accompagnata dalle parole fragili, lucide di Silvia Plath, nei due atti le generazioni a confronto raccontano l’esistenza minata da solitudine e vacuità, in cui i rapporti con l’alterità maschile sono svuotati di fascino e l’obiettivo parità è raggiunto solo in partenza. L’esercizio di una professione incide sulla consapevolezza di sé, aiuta il principio di individuazione e realizzazione, non determina automaticamente soddisfazione, implica semmai un mènage dai ruoli invertiti, dall’appagamento mancato. La pièce diventa luogo di trasparenza emotiva, si conclude denunciando l’angoscia dell’incontro non avvenuto tra i sessi, nonostante le migliori intenzioni. Essere donna, dalle doglie del parto alla carriera, vivendo passioni fiacche, tradimenti, la “barbarie” della maternità, è la meditazione proposta, la provocazione di un testo che cede a qualche slogan, che senza modestia e con insistito anticlericalismo, fa da specchio a un’umanità irrisolta. La regia mette in evidenza le parole, sceglie un teatro in cui il concetto prevale sull’oggetto, in cui l’azione è il dialogo. Sfugge il senso dell’identità, in lontananza l’eco funebre di poetiche rese. Ilaria Mulè

 

 

IL RIFORMISTA, 11 aprile 2006: «Sono sola, sarò solaaa...» canticchiano le quattro donne di Cristina Comencini. Quattro donne, madri, mogli che giocano a carte insieme, ogni giovedì, negli anni Sessanta. Sembra che per loro una vita senza figli non abbia senso: di cosa si riempirebbe l’esistenza se tanto i mariti le trascurano e gli amanti rimangono con le loro mogli? E quando i figli cresceranno, di cosa si occuperanno se non lavorano? Sono la “barbarie del mondo”, donne che non possono essere moderne: con loro si compie l’atto più antico del mondo, quello della nascita. Donne “elastiche” saranno invece le loro rispettive figlie, emancipate, dedite alla carriera. Due generazioni femminili a confronto, due partite da giocare con la vita che Cristina Comencini porta in scena al Teatro valle di Roma fino al 23 aprile. È un’operazione inedita che vede la collaborazione di Artisti Riuniti, associazione senza fini di lucro nata per sviluppare iniziative teatrali che prevedono la commistione tra cinema, teatro, televisione e letteratura. È una sfida sia per la nota regista cinematografica, sia per le attrici scelte: quasi tutte da sempre molto più impegnate con il grande schermo. La Comencini scrive una commedia leggera, ma nello stesso tempo amara e, a tratti, tragica. Ciò che a teatro fa ridere è spesso considerato superficiale, scontato, o almeno bollato come “commedia leggera da abbonato che non vuole avere pensieri”. Lo spettatore “colto” sembra oggi terrorizzato all’idea di abbandonarsi a semplici risate, apparentemente senza pretese. Con Due Partite la regista lo accompagna in modo sottile e delicato dentro la mente di donne che riflettono su di sé e sulla loro identità. Si ride mentre si parla di solitudini e di amori non ricambiati, di passioni nascoste e di tragiche morti premature. La Comencini regala, grazie anche all’aiuto di attrici tutte bravissime, uno spettacolo intelligente e piacevole, dove il cinema e il teatro dialogano. L’uno presta la parola discorsiva, fluente, l’altro il palcoscenico con la sua impossibilità di primi piani e stacchi, con la sua scena fissa, ma ricca di quella variazione di toni che il cinema non offre. Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Valeria Milillo sono le quattro madri di ieri e le figlie adulte di oggi. Ognuna interpreta una personalità così ben delineata e particolare da essere riconoscibile in entrambi i ruoli: lo spettatore riconosce le figlie e le rispettive madri, non solo grazie all’aspetto fisico, ma anche grazie all’interpretazione delle brave attrici. Le figlie hanno tutte qualcosa delle madri e, pur avendo fatto scelte radicalmente diverse, anche loro sono piene di interrogativi e dubbi. Le convenzioni e l’ipocrisia in cui vivevano le loro madri sono ormai lontane: oggi possono scegliere liberamente se fare un figlio o far carriera, fare un viaggio o sposarsi. Sono finalmente padrone della loro esistenza. Ma è realmente così? Sono veramente più realizzate e serene? Sembrano nascondere meglio la paura, tutto qui. La loro identità femminile lotta ancora in cerca di una definizione adeguata ai tempi. È una lotta persa: la donna è indefinibile in qualsiasi tempo o epoca. L’importante è non dimenticare che è la “barbarie del mondo”, protesa verso la vita, sempre, perchè donna. Caterina Carpio

 

AVVENIRE, 9 aprile 2006: Una specie di mutua assistenza tra teatro e cinema, che faccia zampillare idee nuove per l’uno e per l’altra: a questo scopo si è costituita un’associazione fra Artisti Riuniti ed Ente teatrale Italiano che appunto mette insieme operatori dei due campi, abbracciando anche tv, danza, letteratura. Ed è stata per prima un grosso talento dello schermo, Cristina Comencini, a “contaminarsi” scrivendo e allestendo per il palcoscenico romano del Valle la commedia Due Partite, con un bouquet di attrici al top: Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Valeria Milillo. Vi si parla di donne, ieri e oggi: argomento non troppo peregrino ma strutturato teatralmente non senza originalità. Dapprima negli anni Sessanta vediamo quattro signore della “buona borghesia”, riunite per una disincantata partita di carte, occasione piuttosto per scambiarsi confidenze, con le figlie nella stanza accanto, fuori scena, intente a giocare. E la conversazione vaga tra vantaggi e incerti di una condizione femminile senza scosse apparenti. L’apparenza di tranquille donne di casa, però, fa trapelare bisogni repressi di evadere, o già tracimati nella trasgressione extramatrimoniale, che moltiplica gli affanni. Una sola di loro, in avanzata gravidanza, sembra non intaccata dai contorcimenti esistenziali, e sul trambusto delle sue doglie sopravvenute cala il sipario. Quando si rialza siamo ad oggi, quarant’anni dopo, e altre quattro donne di mezz’età – con le stesse interpreti in look diverso – ci si rivelano le figlie delle precedenti, riunite per il lutto abbattutosi sulla neonata di ieri, con il suicidio della madre. Malgrado la spregiudicatezza di “liberate”, la loro femminilità è frustrata quanto quella delle madri rispettive. E nel disorientamento un bisogno sembra permanere: la maternità. Si può dunque sperare. Cristina Comencini questa materia, da noi necessariamente ridotta all’osso, l’aveva già meditata a fondo dietro la macchina da presa. Al centro è la famiglia, com’era e com’è, sacramento o sola unione, ancora centrale nel passaggio storico che stiamo vivendo. Vista ora dalla parte delle donne in queste “due partite”, la troviamo, tutto sommato, tra gli oggetti del desiderio. Nel suo primo cimento teatrale l’autrice e regista cerca la commedia tragica, con un risultato interessante nel chiamare la platea, maschile e femminile, a misurarsi col problema, per non scivolare nella deriva nichilista. Il suo è un segnale di pericolo. E un successo annunciato per le quattro star. Toni Colotta

 

CORRIERE DELLA SERA ED. RM, 9 aprile 2006: «Povere donne, come siamo ridotte!». È una battuta di questa commedia scritta da Cristina Comencini e interpretata da un poker d’assi al femminile: Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo. Lo spettacolo, ospitato dall’Eti e prodotto da Francesca Ardenzi, rientra nel progetto “Artisti Riuniti” ideato da Piero Maccarinelli (associazione senza fini di lucro, che fonde talenti teatrali e cinematografici). Uno spettacolo che, con i toni leggeri della commedia, mette a nudo, senza pietà né concessioni, un universo femminile realisticamente problematico e sinceramente drammatico. «Ma si può ridere anche delle tragedie» avverte la regista de La Bestia nel Cuore, film arrivato a un soffio dall’Oscar. In scena, due atti, due epoche diverse, due modi di essere donna. Nel primo tempo, siamo negli anni ’60. Quattro amiche, una di loro incinta, si riuniscono ogni giovedì per una partitina a carte. E mentre loro giocano in salotto, raccontandosi gioie e dolori della vita coniugale (i mariti infedeli, gli amanti, le illusioni e frustrazioni), le loro bambine giocano nella stanza affianco, imitando ovviamente le mamme. Il secondo tempo, siamo ai giorni d’oggi, si apre con il funerale di una delle mamme: si riuniscono le figlie ormai adulte (impersonate dalle stesse attrici) ed è un’occasione per tracciare un inquietante bilancio su chi siano diventate. Più felici e realizzate delle loro madri? Risponde l’autrice: «Direi proprio di no. La loro non è solo una veglia funebre alla defunta, ma alla morte della femminilità, che le donne stesse hanno causato. In un periodo storico in cui dobbiamo confrontarci col modello dell’Islam da una parte e le veline dall’altra, questo testo è politico e temo che farà arrabbiare qualcuno» (fino al 23 aprile).

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